Questo racconto fa parte delle Lettere di MartiniusSe non conosci la serie, comincia dal prologo.

Chateau-au-Bezier, 13 settembre. A.D. 1800.

Martinius saluta i suoi Principi ed il suo Re.

Miei amati Farwic e Malwic,
Il vostro maestro, per grazia di forze che neanch’egli comprende, ha superato incolume i boschi della Morea. Ciò che vi racconterò su questa impresa, credete, ancora fatico a comprenderlo io stesso – certo è che le voci superstiziose di cui mi aveva dato notizia il Patriarca Aurius, e di cui vi ho scritto nella mia precedente missiva, erano non solo fondate, ma persino insufficienti a presagire ciò che nei boschi ci sarebbe accaduto.

Forze antiche sono all’opera nella Morea; forze che per ragioni ignote conoscono me e, forse, un disegno dietro il mio viaggio di cui nemmeno io stesso sono a conoscenza. Per quanto rifletta ansiosamente su quanto ho sperimentato, non mi riesce di capire con certezza né la natura, né l’origine, né l’intento delle entità che ci hanno opposto o soccorso; eppure sento che ciò che mi è accaduto è presagio di nuovi e mirabili eventi nella nostra storia.

Cautela comando a voi, figli miei, che avete sulle spalle il peso della nostra nazione, e perché non crediate che il vostro maestro sia impazzito, permettetemi di raccontarvi quanto è accaduto dallo scorso agosto.

Nonostante gli avvertimenti di Aurius, ero deciso ad intraprendere la rotta terrestre verso l’Iberia.
Progettavo infatti di percorrere i boschi di Morea lungo la rotta che costeggia le scoscese pareti dei Monti Beri, a ridosso dei quali la foresta perde un po’ di fittezza. Lì vi sono percorsi battuti da qualche mercante e viaggiatore che sceglie la via di terra per muoversi da Teokonos verso il nord. Con un carico ridotto come il nostro contavo che questa strada sarebbe stata conveniente, risparmiandoci l’attesa ed il costo di una nave mercantile.

Così, congedatomi dal patriarca, partii con i miei uomini verso occidente, e raggiunsi il margine dei boschi la sera del primo settembre. Il confine è brullo e collinare, e la foresta, composta da enormi cedri, emerge quasi improvvisamente occupando una fascia terrestre racchiusa tra la costa e le pendici dei Beri. A sud, questi si levano ripidi, ed il paesaggio muta rapidamente dal collinare all’aspro e roccioso; a nord, la vegetazione continua fitta sino allo strapiombo sul mare, che è perennemente esposto a venti tanto feroci da renderlo impraticabile. La linea dei Beri, infatti, vira verso il nord dopo poche miglia, formando con la foresta e la costa, che seguono la stessa curva, una sorta di colossale anfiteatro.

Partimmo la mattina successiva al nostro arrivo, alle prime luci dell’alba, addentrandoci nella foresta dal versante meridionale, per un cammino che sarebbe dovuto durare circa dieci giorni.

Per i primi tre giorni procedemmo senza particolari intoppi, attraverso i sentieri che salivano e scendevano lungo il piede della montagna. Talvolta la via battuta si inoltrava più a fondo nella foresta, sotto i grandi cedri che dominano la regione. La loro chioma ampia ed appiattita crea un immenso soffitto, da cui filtra luce abbondante come attraverso grandi e colorate vetrate. Così ci pareva di essere come in una immensa cattedrale, di cui gli alberi erano al contempo le maestose colonne ed i silenziosi sacerdoti.

Al crepuscolo abbandonavamo la strada battuta per montare il campo più in profondità nella foresta, fra la bassa vegetazione composta di erica, rosmarini e lavande selvatiche, ed altre piante che fioriscono in quel clima secco e salato. Durante la notte lasciavamo che i cavalli riposassero e noi stessi ci rifocillavamo. La marcia ci appariva serena e sicura, e pensai che avremmo attraversato la foresta forse anche più rapidamente di quanto previsto.

Dopo il quarto giorno, però, cominciammo a percepire qualcosa di anomalo. I miei uomini iniziarono ad essere nervosi, i cavalli irrequieti. Io stesso percepivo qualcosa di diverso nella atmosfera del luogo. Mi pareva come se una presenza sottile ci si avvicinasse riempiendo lentamente l’aria, simile ad una goccia di tintura che, lasciata cadere in un vaso di acqua pura, si espande senza mescolarvisi; come se un fumo strisciante ci avvolgesse progressivamente, circondandoci da più direzioni.

Il mio intuito mi suggeriva di ordinare agli uomini di voltare i cavalli e tornare sui nostri passi. Percepivo chiaramente che la nostra presenza nel bosco non era gradita; ma a quel punto una simile decisione avrebbe implicato perdere più di una decina di giorni sulla nostra marcia, ammesso di trovare rapidamente una nave con cui intraprendere la rotta marina. Forte della mia numerosa scorta, resistetti ai consigli del mio animo, e continuammo.

Il sesto giorno, come i precedenti, preparammo il campo nella foresta. Il bosco era silenzioso e quieto, e attorno a noi non vi era altro rumore che lo stridere di strane cicale che popolano quelle aree. Tutto sembrava tranquillo; eppure la sensazione che avevamo provato nei giorni precedenti non era sfumata. Anzi, era tanto peggiorata che nessuno poteva più dormire.

Alla terza o quarta ora della notte, decisi che dovevamo tornare sui nostri passi. Ordinai agli uomini, ancora ben svegli, di levare il campo e preparare i cavalli. Nessuno chiese spiegazioni: tutti istintivamente capivano che procedere avrebbe messo a rischio la missione, pur senza saper di questo la ragione. Erano passati forse dieci o venti minuti dal mio ordine, ed avevamo appena finito di caricare i destrieri, quando percepimmo d’un tratto qualcosa di simile ad una morsa che stringe l’animo, un gelo che entra d’impatto nelle ossa.

Tutto attorno a noi, si levò un boato violento. Un ululato famelico riempì la foresta, e fummo aggrediti da un branco di lupi mostruosi e tremendamente robusti, pesanti quanto grossi cinghiali. Le bestie si avventarono su di noi da ogni direzione, mettendo in fuga i nostri cavalli e ferendo rapidamente due dei miei soldati. Una delle belve mi fu addosso, lacerandomi la veste e solo fortuitamente lasciandomi illeso, e gravemente mi avrebbe ferito se non per la prontezza dei miei uomini nell’abbatterla. Altri furono feriti, più o meno gravemente, prima che riuscissimo a ricomporre il panico e che i soldati potessero montare una difesa.

Per lunghi minuti cercammo di respingere le fiere, ma esse si ritiravano nel buio della foresta per poi piombarci nuovamente addosso da dove non potevamo prevedere. Cercai disperatamente di contare le creature che ci aggredivano; ma per ognuna che veniva abbattuta sembravano spuntarne due di nuove, e tanto feroci e resistenti da sembrare più diavoli che bestie. Capii allora che non stavamo affrontando animali normali, e che non avremmo avuto scampo in quel territorio svantaggioso.

Pensai che tutto fosse perduto e che la mia missione si sarebbe conclusa lì, in quel luogo. Osservavo il buio, cercando di prepararmi all’istante in cui un’altra delle ombre che lo abitavano ci sarebbe piombata addosso, quando ecco, d’improvviso sentii come una voce interiore, una sorta di chiamata che mi spronò ad agire.

Il vostro maestro ha sempre misurato ogni spirito e dubitato delle sensazioni, ma in quel momento capivo che la scelta era tra l’ignoto e la morte certa. Così soffocai ogni esitazione e comandai agli uomini di seguirmi in una direzione che, pur avendo largamente perso ogni riferimento, sapevo essere l’unica possibile via per la salvezza.

Corremmo per un tempo di cui non potrei definire la durata, facendoci strada fra gli arbusti che a stento percepivamo, trascinando i feriti, e con le bestie che ringhiavano orribilmente tutto intorno a noi. Poi, quasi d’improvviso, ci trovammo in una vasta spianata erbosa ai margini di una scoscesa, dove la foresta cedeva. Eravamo riemersi alle pendici dei Beri.

Il luogo in cui ci trovammo era immerso in un profondo silenzio e avvolto in una misteriosa pace. Nonostante la luna fosse sottile e la notte scura, ci appariva come più luminoso del resto della foresta. Gli ululati si fecero distanti e flebili, sino a sparire completamente; la sensazione opprimente svanì, l’aria apparve improvvisamente fresca, frizzante, leggera.

Avevamo seminato i nostri aggressori, ma eravamo finiti in un luogo senza alcuna visibile congiunzione col sentiero battuto, e nonostante l’improvviso mutamento della atmosfera attorno a noi, non potevamo sentirci in salvo. Ordinai ai soldati di formare una guardia a semicerchio verso la foresta e di porre i feriti al centro perché i chierici se ne prendessero cura, rimanendo allerta per un nuovo attacco.

Fu allora che sentimmo una voce. «Perdonate quei piccoli, figli miei. Essi non hanno malvagità nel loro cuore. Vi attaccano perché temono ciò che si muove fra gli uomini.» Seduta compostamente su un grande sasso, in direzione della scoscesa, c’era una donna, lì dove avrei giurato che, solo un secondo prima, non vi fosse nulla.

Sentii la mia ragione venire meno. Capivo che non poteva esserci una donna sola in un simile luogo; eppure ero troppo esausto e sconvolto per dubitare di ciò che i miei occhi rivelavano, tanto più che quella creatura mi pareva avere qualcosa di non umano, o più che umano.
Il suo volto mi appariva al tempo giovane e bello come di una bambina, e dolce e rassicurante come d’una anziana. Incorniciato da luminosi capelli neri lunghi sino alle spalle, ospitava occhi verdi e vividi, che mi apparivano infinitamente profondi e come magnetici, nonostante la distanza che ci separava ed il buio della notte.

Portava poi una tunica lunga, color della sabbia, stretta alla cinta da una ampia fascia vermiglia; un vestito simile a quello delle povere contadine della regione, eppure stranamente regale, tanto che il cielo con le sue stelle pareva prolungarsi fra le sue trame.

I miei uomini si strinsero assieme e, colpiti da questo nuovo allarme, mantenevano alte le spade; qualcuno muoveva lo sguardo freneticamente tra me e la donna, cercando un segno per agire. Quando penso a quel momento, miei principi, non so descriverlo! Qualcosa di incredibilmente a metà tra il terrore e la pace mi pervadeva; sentivo che se quell’entità fosse stata ostile, nessuno di noi avrebbe avuto scampo, eppure percepivo una tale quiete, un tale senso di serenità, da essere mosso al pianto.

Istintivamente, caddi in ginocchio, e così le parlai: «Pietà di noi, mia signora! Chi siete voi, e perché mai vi trovate in questo luogo? Siete forse voi che comandate le fiere che ci hanno aggredito? Abbiamo forse meritato con le nostre azioni la vostra ira?»

La donna rise dolcemente. Poi, in un istante, sparì dalla sua roccia, per ricomparire d’improvviso al mio fianco. Spaventato, mi ritrassi da lei, cadendo di lato. I miei uomini trasalirono, qualcuno arretrò, ma come paralizzati tennero alte le spade.

«Non temete, Martinius Wyss. Avete di fronte a voi più che una alleata.» mi disse, piegandosi verso di me e porgendomi la mano. Per qualche istante mi guardò sorridendo, ed in quel momento tanta era la tensione che non mi domandai perché conoscesse il mio nome. Presi la sua mano timidamente e mi alzai, mentre i miei uomini abbassavano con esitazione le armi. «Quale è il vostro nome, mia signora, e cosa cercate da un vecchio chierico e dalla sua scorta?» le chiesi.

«Per i loro peccati, gli uomini hanno perduto il mio nome, e per la giustizia che muove il mio signore, non conviene che io lo disveli ad alcuno.», mi rispose la donna.

«Quanto alla ragione per cui io vi appaio, buon frate, sappiate che giustizia vi avrebbe visto cadere qui, per mezzo di quei piccoli, vittima dell’arroganza che vi ha costretto ad ignorare l’avvertimento del buon Patriarca.» disse guardandomi con severità e reclinando leggermente il capo; ed altro non potei fare che abbassare lo sguardo.

«Alzate il volto e gioite, Martinius. Voi avete trovato favore presso il mio signore. Per questo io sono qui: perché grazia ha voluto che continuaste il vostro viaggio. Ora, ascoltate le mie parole.»

La donna guardò ognuno di noi, rivolgendosi tanto a me quanto a ciascuno dei miei uomini. «Voi vi affretterete a raggiungere il nord, ove lesto giunge il tramonto e le ombre si allungano. Farete ciò non venendo meno alla missione affidatavi. Al momento opportuno, saprete dell’altro.»

Infine si rivolse a me un’ultima volta e – credetemi, miei principi, non mento! – mi disse: «Quanto ai figli che andate partorendo, frate, abbiatene buona cura. Pochi sono i lumi che possono opporsi alla notte che incombe; il loro regno è fra questi.»

Calò allora un teso e profondo silenzio; eravamo incapaci di rispondere o di elaborare pienamente il contenuto di ciò che ci veniva rivelato. Poi, la signora del monte concluse: «Non tornerete nella foresta. Invece prendete la via del monte, seguendo il sentiero che si rivelerà fra le rocce. Prima che la luna cali due volte, emergerete a sud di Bezier. Prima, però, riposerete.»

Dicendo questo, la donna indicò un sentiero che si inerpicava sulla scoscesa. Poi, improvvisamente, ciascuno di noi fu preso come da un torpore profondo, e per quanto cercassimo inutilmente di resistervi, uno dopo l’altro cademmo a terra.

Ci svegliammo che era giorno. La dama del monte era sparita, ed i nostri cavalli, incolumi, pascolavano sereni lungo i margini del bosco. Scoprimmo con meraviglia che nessuno di noi era ferito, come se la lotta del giorno precedente non fosse stata che una illusione. Solo rimaneva il sangue secco sulle nostre vesti stracciate e sulle nostre lame, a confermarci che quanto avevamo vissuto era reale.

Discutemmo a lungo dell’accaduto. Qualcuno riteneva fossimo stati vittime di un sortilegio, altri che la dama del monte ci avesse effettivamente salvato la vita. Anche io fui turbato da quella salvezza miracolosa, ma capivo che la foresta non era il luogo adatto alla riflessione. Valutate le nostre risorse, e richiamate al cuore le sensazioni del giorno prima, concludemmo che la decisione più saggia sarebbe stata di incamminarci lungo il sentiero indicatoci dalla donna.

Rapidamente quietai i dissidi fra l’equipaggio e ci incamminammo, conducendo i cavalli al laccio, attraverso il sentiero fra le rocce. Il terreno, di un colore rosso simile al sangue, era solcato ovunque da pietre bianche, sottili, levigate e affilate, che parevano come ossa di giganti. In alcuni tratti ci trovavamo costretti ad arrampicarci lentamente fra i sassi, in altri la macchia del sottobosco si presentava frammista a strane piante spinose, e rendeva difficoltoso il passaggio.

Durante l’ascesa procedevamo silenziosi e tormentati, cercando di trovare dentro di noi un senso all’incontro di quella notte. Dopo una intera giornata, sul calare della prima sera, raggiungemmo uno stretto altopiano da cui era possibile osservare l’intera foresta, sino ad intravedere nella distanza il mare. Il sole era già sparito dietro le montagne, e così montammo il campo in quel luogo isolato. Nonostante fossimo ancora colmi di interrogativi ci sentivamo stranamente al sicuro, e presto calò su di noi un nuovo sonno ristoratore.

Il giorno dopo riprendemmo la marcia all’alba, osservando il sole che affiorando dal mare ad oriente rendeva come di fuoco questo ed il cielo. L’altipiano si trasformò presto in uno stretto sentiero, che correva per diverse miglia lungo il fianco dei Beri. Poi, dopo molte ore la via iniziò a riscendere, quanto già il sole spariva nuovamente oltre le montagne.

Ci sentimmo allora come sollevati, graziati da una profonda quiete. I dubbi e le preoccupazioni sfumarono, e spontaneamente iniziammo ad intonare un canto di lode. Nella discesa, il paesaggio mutò progressivamente aspetto, e le ossa di roccia lasciarono posto ad un terreno più dolce ed ad una vegetazione ricca di arbusti.

Dopo il crepuscolo, prima che la luna fosse alta nel cielo, scoprimmo di essere giunti oltre la foresta di Morea. Vedemmo dunque un villaggio contadino distante sull’orizzonte, e lì ci recammo per trovare ristoro, cure ed indicazioni, raggiungendolo, come promesso dalla dama, prima della seconda alba. Da qui vi scrivo, poche miglia a sud di Bezier. Pianifico di rimanere in questo luogo almeno una settimana, per consentire al mio corpo esausto di riposare – e alla mia mente di elaborare quanto accaduto.

Che altro posso raccontarvi, figli miei? Quale esortazione o quale insegnamento potrei mai offrirvi? Nulla vi ho celato di ciò che mi è accaduto, niente ho omesso di ciò che la dama mi ha rivelato. Quello che ho vissuto sfugge però alla mia comprensione, tanto da lasciarmi incapace di farne una sintesi utile ad educarvi in qualche modo.

Le bestie che ci hanno aggredito potrebbero forse essere creature fortificate da un troll, la cui apparizione in questi tempi sarebbe già inconsueta e significativa. Ancor maggiormente, però, la natura della signora del monte mi elude e mi tormenta. Chi, che cosa ho incontrato? Continuo a ripensare a quel coincidere di terrore e pace, a quella sensazione di avere di fronte un potere oltre ogni mia comprensione, eppure così familiare. Ho valutato l’ipotesi che la dama fosse una incantatrice; una potenza dei tempi antichi, sopravvissuta nei secoli per qualche sortilegio. Uno stregone però difficilmente si mostrerebbe ad un chierico; ed ancor più difficilmente per salvargli la vita.

Potrei credere che le sue parole non fossero che una manipolazione, che questa salvezza ci abbia reso strumento di qualcosa che ci elude. Eppure, cari principi, anche la stregoneria ha delle regole. Ogni incantesimo è un contratto, ed ogni contratto ha un prezzo, dei limiti, dei meccanismi. La dama che ci ha salvato, invece, mi è sembrata messaggera di qualcosa che trascende ogni regola e che sfugge ogni comprensione o categoria; qualcosa di gratuito, libero, illimitato.

Esito ad intrattenere il pensiero che ciò che ho incontrato trascenda le creature che normalmente calpestano questa terra; forse il riflesso di un Eido, forse qualcos’altro di dimenticato; e più non posso dire, perché rischierei di trovare più scandalo che edificazione. Più penso, però, più mi rendo conto di come quanto mi è accaduto violi ciò che ritenevo di aver compreso del mondo. Le categorie che conoscevo sono confuse, gli strumenti della mia conoscenza stanno rivelando la loro inadeguatezza, ed ecco mi sento come un fanciullo innanzi all’ignoto.

Se un pensiero volessi lasciarvi che dia un senso a quanto vi ho raccontato, amati giovani, dovrei parlarvi di questo: dell’illusione che colpisce sovente i vecchi, ma che neppure risparmia i giovani. Tale è la sciocca convinzione di aver capito il funzionamento del reale, di essere in grado di prevedere lo scorrere degli eventi ed il dispiegarsi della nostra vita. Siate vigili, miei principi, perché questo maleficio colpisce più per pigrizia che per superbia, e spesso ci acceca senza che ce ne avvediamo.

Io stesso sono stato vittima di questa silenziosa e convenzionale follia, e forse è anche a causa di essa che non ho prestato ascolto alle parole del Patriarca Aurius, leggendovi nient’altro che superstizione priva di interesse. In verità siamo immersi in un mondo la cui realtà profonda ci elude completamente. Anche quando le nostre scienze, la nostra filosofia, che voi diligentemente avete appreso, pretendono di spiegare e comprendere l’universo intero, esse non fanno che descrivere come la superficie appare funzionare.

La realtà oltre il velo ci rimane irraggiungibile e sconosciuta; da essa non possiamo difenderci, verso di essa non possiamo adottare alcuna contromisura. Se la consapevolezza di questo viene meno, quando il caos che si cela oltre l’illusione dell’ordinario decide di affiorare noi siamo destinati a soccombervi.

Quanto io ed i miei uomini abbiamo vissuto è una esperienza unica, una anomalia, che certo parla di qualcosa di più profondo che si agita nelle viscere della nostra Storia. Eppure non è forse vero che quanto vi dico si applica a qualunque evento della vita? Quale dotto, per quanto accresca la sua scienza, per quanto conosca il torcersi delle stelle o il nome di tutte le creature che camminano in questa terra, può prevedere se domani gli sarà chiesto conto della propria vita?

Fu forse vostro padre, con tutti i suoi saggi e la sua potenza, per tutta la nobiltà del suo cuore, protetto dalla crudeltà di questo mondo, quando Anna gli fu tolta all’improvviso? Lo fui forse io, sicuro nella mia posizione di suo più intimo amico, quando ogni mia consolazione si rivelò impotente, quando io stesso scoprii che la sparizione di vostra madre lasciava un vuoto ove non sapevo vi fosse uno spazio? Pensate alla cara Ilda di Agata, la maestra della giovane Elena: fu forse la sua saggezza capace di prevenire la sua fine? Viviamo, e quando pensiamo di capire il mondo, invero non capiamo nemmeno noi stessi; quando crediamo di controllare ciò che ci circonda, davvero siamo alla mercé del fato.

Credete allora figli miei, che a nulla giova accrescere le proprie forze o la propria saggezza, se si intende bastare a sé stessi. Noi siamo gettati in un mare impetuoso, colti in una lotta profonda tra la Vita e la morte, tra l’Ordine ed il caos, dalla quale non troveremo alcuna difesa fra gli uomini. Ecco perché, partendo da Lavinium, vi parlai della Provvidenza, dimenticandomi poi io stesso dei miei moniti. Noi abbiamo una sola ancora, un solo Signore che, vedendo oltre il velo, può difenderci dalla lotta che si consuma oltre di esso.

Dunque non pianificate troppo, giovani principi, per non diventare arroganti. Invece affidatevi alla guida di Colui che vede, e pregate che la vostra volontà si conformi alla Sua. Seguite sempre quella luce che, per quanto flebile vi appaia, può guidarvi attraverso le tenebre infinitamente meglio di quanto non possano fare i vostri sensi, il vostro intuito, la vostra ragione.

Quanto a me, vorrei fermarmi per comprendere quanto mi è accaduto, ma temo che ciò supererebbe le mie facoltà e lascerebbe negletto il mio compito. Con prudenza, confiderò nella promessa della dama, e più ancora nella previdenza di Colui che ordina tutte le cose. La mia missione deve proseguire secondo quanto mi è stato comandato, e così, una volta pronto, proseguirò verso Bezier.

Lì, forse, mi soffermerò un po’ più a lungo, così da pianificare con maggior sicurezza il viaggio attraverso Bastille. Vi scriverò ancora da Van, verso la metà del nuovo mese, prima di entrare nel territorio della Repubblica.

Vigilate, miei figli e mio Re, perché come le foglie di fico intenerendosi indicano la primavera, così questi segni potrebbero annunciare una stagione nuova – e non so se di fioritura o di tempesta.

Con amore profondo,

Martinius Wyss.

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