Ora che la polvere è calata attorno alla nota Mater Populi fidelis, sento di poter finalmente condividere la mia opinione.
Con la pubblicazione della Nota dottrinale su alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza, il fu Sant’Uffizio ha scatenato la solita serie di reazioni polarizzate.
Da una parte, un certo trionfalismo dei fedeli più dubbiosi verso il ruolo salvifico di Maria, che hanno accolto la nota come fosse la correzione di un errore da troppo tempo tollerato. Dall’altra, la frustrazione dei devoti mariani, che hanno letto nelle considerazioni della nota attorno al titolo Corredentrice una riduzione del ruolo di Maria.
Ad essere maliziosi si fa peccato, ma è difficile non intravedere fra le fila dei primi l’aggirarsi di coloro che vorrebbero “scattolicizzare” la Chiesa in favore di un ecumenismo troppo frettoloso di sacrificare la Tradizione per solleticare i nostri fratelli protestanti. Per contro, è altrettanto chiaro che dall’altra parte della barricata si siano insinuate rapidamente quelle frange tradizionaliste sempre ansiose di gettare benzina sul fuoco del malcontento verso il magistero recente.
Ancora una volta, entrambi gli schieramenti sono in errore. Vediamo perché.
Il Magistero precedente
A causare le controversie legate al documento è stata la considerazione secondo cui utilizzare il titolo Corredentrice sarebbe sempre inappropriato. Al paragrafo 22, infatti, si legge:
Considerata la necessità di spiegare il ruolo subordinato di Maria a Cristo nell’opera della Redenzione, è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria.
Apparentemente, questa presa di posizione sembra sconfessare secoli di elementi di Magistero anche piuttosto autorevoli e dottrinalmente «pesanti». Maria è infatti intimamente cooperante con l’opera di Redenzione di Cristo per numerosi santi, tra cui Papi e dottori della Chiesa. Vale la pena citare san Bonaventura e sant’Alfonso Maria de’ Liguori, teologi di enorme influenza nella storia della Chiesa, e i papi san Pio X e san Giovanni Paolo II, per il magistero recente.
Nell’enciclica Ad diem illum laetissimum, Papa San Pio X scrive, citando San Bonaventura:
Vi fu tra Maria e Gesù una continua comunione di vita e di sofferenza, di modo che […] quando venne per Gesù l’ultima ora e «Sua Madre stava presso la Croce», oppressa dal tragico spettacolo e nello stesso tempo felice «perché Suo Figlio si immolava per la salvezza del genere umano e d’altronde Ella partecipava talmente ai Suoi dolori, che Le sarebbe sembrato infinitamente preferibile prendere su di sé tutti i tormenti del Figlio, se fosse stato possibile». […]
La conseguenza di questa comunione di sèntimenti e di sofferenze fra Maria e Gesù è che Maria «divenne legittimamente degna di riparare l’umana rovina» e perciò di dispensare tutti i tesori che Gesù procurò a noi con la Sua morte e il Suo sangue.
Più recentemente, in Redemptoris Mater, Papa San Giovanni Paolo II insegna:
Maria, che sin dall’inizio si era donata senza riserve alla persona e all’opera del Figlio, non poteva non riversare sulla Chiesa […] questa sua donazione materna. […] intercedendo per tutti i suoi figli, la Madre coopera all’azione salvifica del Figlio-Redentore del mondo. Difatti, il Concilio insegna: «La maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste… fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti»
In quest’ultima citazione, il Papa si riferisce direttamente alla Lumen Gentium, la costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II. Riguardo a Maria, si legge:
Cooperazione alla redenzione
- La beata Vergine […] fu su questa terra l’alma madre del divino Redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, coll’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia.
Funzione salvifíca subordinata
- E questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell’Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti anche dopo la sua assunzione in cielo non ha interrotto questa funzione salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna.
La cooperazione di Maria con la Redenzione
Lascio al lettore l’onere di approfondire i tre documenti del magistero citati, e vi consegno alcuni altri testi per approfondire: Le Glorie di Maria di sant’Alfonso Maria de’ Liguori ed il Trattato della vera devozione alla santa Vergine di san Luigi Maria Grignion da Montfort.
Tuttavia, voglio proporvi comunque una breve sintesi. La tradizione ha sin dai tempi antichi riconosciuto una partecipazione unica e fondamentale di Maria nell’opera Redentiva di Cristo. La Madre di Dio collabora infatti col Redentore sin dal momento dell’incarnazione, nell’annunciazione, quando ella risponde «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» all’angelo.
Di lì Maria, in piena libertà, impegna tutto il suo essere verso il Figlio, e dunque verso la Sua missione: la redenzione del genere umano. A questo ella collabora dando la carne a Gesù, che va formandosi nel suo grembo, e nutrendolo al seno sin dalla nascita, educandolo, vestendolo. Quel Bambin Gesù, che dipende dalla Madre per ogni sua necessità, è già pienamente vero Dio sin dall’istante del concepimento, è già pienamente il Redentore dell’uomo.
Non esiste una natura di Gesù che sia scindibile dalla natura del Figlio divino, ed è un errore fondamentalmente cristologico, prima che mariologico, credere che Colui che Maria ha sostenuto nell’infanzia sia altri che Dio. È con Dio, proprio con Dio, che Maria coopera intimamente nel piano della salvezza secondo il suo ruolo di madre, del tutto unico e particolare.
Infine la cooperazione di Maria si estende sino all’accompagnamento alla Croce. Lì Maria condivide nel cuore il dolore del Figlio, tanto che, come ripete san Pio X citando san Bonaventura, «Ella partecipava talmente ai Suoi dolori, che Le sarebbe sembrato infinitamente preferibile prendere su di sé tutti i tormenti del Figlio, se fosse stato possibile».
In questa comunione nella sofferenza si intravede quella misteriosa partecipazione del dolore umano nella redenzione, che Paolo lascia intravedere in Colossesi 1:24: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.»
È dunque del tutto coerente con la narrazione biblica l’idea che vi sia una autentica partecipazione di Maria alla Redenzione dell’umanità. Eppure, questa idea ha spesso generato una reazione quasi turbata, come se accettarla diminuisse in qualche modo l’unicità e la supremazia di Gesù nell’opera di redenzione.
Ma questo fraintendimento nasce sostanzialmente da un errore di categoria, che confonde creatore e creatura, non cogliendo la radicale alterità e necessità del primo rispetto al secondo.
Dio non è in competizione
Voglio proporvi una riflessione su questo tema allontanandomi un momento dal mistero di Maria e portandovi un po’ più indietro, alla terza grande teofania dell’antico testamento: l’apparizione di Dio a Mosè.
Esodo 3:1-6,14
1 Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3 Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. 4 Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. 5 Riprese: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!”. 6 E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. […] 14 Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. E aggiunse: “Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi””.
Dirigo la vostra attenzione su due elementi di questo racconto, cioè l’immagine ed il nome di sé che Dio ci consegna: il fuoco che arde un roveto senza consumarlo, ed il nome Io-Sono.
Questi elementi hanno suggerito ai fedeli, sin dall’esegesi ebraica, una realtà su Dio che contemporaneamente veniva intuita dai filosofi del mondo greco, in una tradizione completamente diversa.
Dio non è nello stesso modo in cui sono gli esseri a cui siamo abituati a pensare. Un fuoco normale, per esistere, avrebbe consumato il roveto: così ogni cosa che è compete con gli altri esseri quanto meno per occupare uno spazio fisico, oppure per alimentarsi e sostenersi. Dio, invece, non è così: Egli può abitare il reale, e non per questo distruggerlo o diminuirlo.
Come ciò sia possibile, lo suggerisce il nome Io-Sono, tradotto anche come «Io sono Colui che è»: Dio non è qualcosa, non è in un modo, non è in un luogo… è, è e basta. Questa riflessione raggiunge il culmine nella filosofia di san Tommaso d’Acquino che definisce Dio come l’«ipsum esse subsistens», l’atto stesso di esistere che in sé è; Dio non “esiste”, Dio è l’esistere.
Se comprendiamo che Dio è esistere in sé, capiamo anche che ogni creatura riceve la sua esistenza, inclusa la propria libertà, da Dio.
Inoltre, questa esistenza non è ricevuta come qualcosa che è consegnato una volta per tutte. Abbiamo detto che Dio è l’atto stesso di esistere: Egli dunque non cessa mai di sostenere il nostro esistere, ne è sempre la sostanza profonda, e continua a sostenere il nostro essere in ogni momento. Siamo, in un certo senso, «creazione continua», perché in ogni momento Dio continua a volerci e sostenerci.
Corredentori
Ora, il roveto ardente ci dà una altra immagine: Dio può abitare in maniera più completa e più intima la sua creazione di quanto richieda il solo sostenerne l’esistenza. Ciò accade quando la realtà, ed in particolare la volontà, è santificata, quando essa si allinea pienamente alla volontà di Dio. Facciamo un altro balzo in avanti e ricordiamo che in Galati 2:20, Paolo dice: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».
Non si pensi che questo renda Paolo «meno Paolo» o «meno vivente». Paolo si è fatto roveto, e il Cristo che lo abita è il fuoco, che lo arde, lo anima, ma non lo consuma. Quando creatura e Creatore si allineano ed entrano in comunione si manifesta un unione che non ha né confusione né competizione, l’uno nulla toglie all’Altro, ma vi è solo un accrescimento: la creatura è deificata, il Creatore è glorificato.
Torniamo allora a Maria, per capire in che modo questo si colleghi alla riflessione sulla sua partecipazione al piano di salvezza divino.
Quando Maria collabora con l’opera della Redenzione, lo fa non per una virtù o una dignità particolare della propria natura che possa essere in qualche modo considerata separatamente da Dio.
Invece, la cooperazione di Maria con Cristo è frutto della infinita condiscendenza di Dio, che ha deciso in piena libertà di elevare tanto la natura umana da consentire ad una donna di essergli Madre. Questo ruolo è interamente dono e grazie divina. Esso non è il frutto di virtù o iniziativa proveniente puramente dalla natura di Maria, ma è frutto di Dio.
Così come Maria riceve il suo stesso esistere da Dio, altrettanto riceve da Lui il suo ruolo nella salvezza. La co-redenzione di Maria è completamente ricevuta e subordinata a quella di Cristo, eppure la sua cooperazione è libera, per quel mistero profondo che è la libertà umana, che pur creata, redenta e voluta da Dio, non è da quest’ultimo causata nell’intimo delle sue decisioni.
La cooperazione di Maria è dunque non solo reale, ma degna di lode, e riconoscerla non toglie assolutamente nulla a Cristo, ma anzi lo glorifica, perché è Sua volontà che la creatura partecipi nel suo disegno.
Si può andare oltre e dire che, sia pure in misura sia qualitativamente che quantitativamente diversa, partecipi alla redenzione del genere umano anche ogni singolo uomo, ogni santo, che allinea la propria volontà a quella Divina, lasciandosi inabitare dal fuoco dello Spirito e facendo eco a quel «ecco la serva del Signore» che per prima pronunciò Maria.
Potremmo dire, avendo cura di dirlo un po’ sottovoce, che siamo tutti chiamati ad essere «corredentori», senza che questo tolga nulla all’unico Redentore, Gesù Cristo.
Leggere correttamente la Nota
Ma allora, stiamo contraddicendo la Mater Populis fidelis? No, e anche questo fraintendimento nasce da un errore di categoria.
Una cosa è chiarire e definire la fede, altra cosa è ragionare sul come comunicarla. Ciò di cui ci siamo occupati finora risponde alla prima definizione. Abbiamo sostenuto, associandoci al magistero storico, che Maria sia in modo del tutto particolare cooperatrice con l’opera redentiva di Cristo. Questo è un tema di dottrina.
La Nota si occupa di entrambe le cose, ma in momenti diversi. I paragrafi dal §4 al §15 ricapitolano la dottrina sulla cooperazione di Maria nell’opera della salvezza, ed in nulla si discostano dal magistero precedente a cui abbiamo attinto sino ad ora.
Nei paragrafi seguenti il testo passa ad interrogarsi sulla adeguatezza di alcuni titoli Mariani proposti dalla devozione popolare nel comunicare la dottrina appena esposta e confermata.
Così, si arriva alla frase tanto rilanciata nei dibattiti on-line:
Considerata la necessità di spiegare il ruolo subordinato di Maria a Cristo nell’opera della Redenzione, è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria.
Questa considerazione non nega in alcun modo alcunché di quanto abbiamo detto sopra, anzi, lo implica! La cooperazione di Maria col redentore è infatti posta come dato di fatto, e l’osservazione è che, al fine di definire quella cooperazione, il titolo «Corredentrice» sarebbe inappropriato.
In effetti, è chiaro che questa sia una considerazione di carattere pastorale, non dottrinale. La preoccupazione qui non è chiarire come Maria cooperi con la redenzione, ma chiarire come comunicare senza creare fraintendimenti la dottrina della Chiesa a riguardo; e la conclusione è che il titolo «Corredentrice» sia oggi inadeguato allo scopo.
La Nota, che va ricevuta e accettata in quanto documento magisteriale, non va considerata in contraddizione con la dottrina consolidata della Chiesa.
Anzitutto perché, ad una lettura completa, è chiaro che essa si ponga in piena continuità con l’insegnamento storico della Chiesa, in secondo luogo, perché i passaggi che appaiono contraddirlo si stanno occupando di pastorale, non di dottrina.
Non è il ruolo tradizionalmente attribuito a Maria ad essere messo in discussione, ma il modo di comunicarlo. La Nota non nega che Maria sia «corredentrice» nel senso dato dai santi del passato a questo termine, ma sostiene che questo termine, nella Chiesa di oggi, non sia più adatto a comunicare quel senso.
Ermeneutica di continuità
In conclusione, il problema nasce da un vizio di fondo. Oggi leggiamo il Magistero come leggessimo un qualsiasi media, e saltiamo a conclusioni davvero troppo rapidamente. Poiché queste conclusioni toccano poi le ragioni della fede, e dunque l’intimo profondo di ciascuno, veniamo immediatamente coinvolti emotivamente.
Così sentiamo legittimate le nostre aspettative di innovazione, talvolta frutto di errore e scollegate dalla Tradizione. Oppure, la nostra devozione, che pensavamo così legata alla storia della nostra fede, ci sembra essere tradita.
La cura è la medesima: affidarci alla madre Chiesa ed avere fiducia nello Spirito che la guida. Se capiamo che a capo del popolo di Dio vi è l’Eterno, capiamo anche che non possono esserci scossoni, rotture e stravolgimenti; che il Magistero va letto sempre in continuità con sé stesso, e sempre con fiducia e mente aperta.
Quando incontreremo una apparente contraddizione, anziché gridare allo scandalo e lanciarci in dibattiti abrasivi on-line, inizieremo allora a porci le dovute domande, a cercare di capire quale sia l’intento, il peso magisteriale e l’ambito di applicazione del documento: insomma a leggere l’insegnamento della Chiesa con competenza e serietà.
La Mater Populi fidelis, letta in questo modo, appare per quello che è. Cioè un documento che, con sensibilità verso l’epoca moderna, considerando gli sforzi per l’ecumenismo, il livello di formazione più basso fra i fedeli, e la disabitudine alle categorie metafisiche necessarie per interpretare correttamente certi concetti e termini, consiglia un linguaggio e ne sconsiglia un altro.
Permettetemi allora di chiudere con una sintesi un po’ giocosa.
Maria è ancora «corredentrice». Ma non ditelo in giro – o se proprio dovete, cercate di essere chiari con cosa intendete.
Post Scriptum Pratico
In calce all’articolo, voglio lasciarvi due considerazioni di aspetto pratico.
La prima, per coloro che sono sinceramente preoccupati dal rischio che una devozione mariana troppo fervente possa sfociare nell’idolatria. A questi consiglio: guardate nel vostro cuore per qualche minuto. Poi pensate al vostro futuro incontro con Gesù: sono sicuro che la vostra preoccupazione, come la mia, non sarà di chiedere perdono per aver pensato troppo bene di Sua madre.
La seconda, per coloro invece che si sentono particolarmente legati al titolo «Corredentrice» e vorrebbero continuarlo ad usare nella devozione. All’insegnamento della Chiesa, va offerta obbedienza. Ma se sentite il desiderio di invocare il ruolo redentivo di Maria in una litania, provate con “Maria, Madre del Redentore”. A ben vedere, non dice nulla di diverso da quello che si è storicamente inteso con «Corredentrice».



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