Nell’ultimo canto della Divina Commedia, Dante chiama Dio «l’amor che move il sole e l’altre stelle».
Fa ciò rielaborando una idea di Aristotele: il «motore immobile», ciò attorno cui tutto si muove e per cui tutto si muove: il fine ultimo della realtà.
Per Platone, questo era il Bene: l’idea più pura, a cui ogni cosa che è, anela incessantemente; Ciò da cui tutto è illuminato: il fine, e la giustificazione, di tutto.
Dio però non è solo la fine ma anche il principio e ordine per le cose: nous e logos, mente creatrice e ragione ordinante del cosmo.
Dio è l’alfa, il principio, congiunto all’omega, la fine, e cercare di apprezzare questa realtà nella sua profonda essenza è vano, tanto che colui che si imbarca in una tale impresa è «qual è ‘l geomètra che tutto s’affige». Eppure Dante la descrive semplicemente: amore, null’altro che amore.
Ma cosa significa, concretamente? Cosa vuol dire che il Dio che è principio, ordinamento e fine di tutto il cosmo, è Amore? La parola di Cristo ci rivela in termini concreti e chiari l’essenza di questa verità: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.»
Il Venerdì Santo, Gesù spira sulla croce. Nella croce, Colui che è creatore e ragione di tutto l’universo, fa esattamente ciò che ha descritto come l’Amore più grande concepibile, e che pure è un amore straordinariamente concreto, pratico, materiale: dare la vita per i propri amici.
Questo è l’amore che ha creato il tutto, che ordina il cosmo, che da significato all’esistenza: il dono radicale di sé.
Sospetto che – come del resto ha descritto Dante – se comprendessimo davvero la portata di una simile Verità, non riusciremo a dire su di Essa alcuna parola.
Buon Venerdì Santo.

