Sono «reduce» da una bellissima esperienza con i giovani delle Voci del Verbo, che hanno organizzato, lo scorso fine settimana, un raduno di tre giorni ricco di preghiera, formazione catechetica, ma anche di gioco e tanto, tanto canto.
Nel pomeriggio di sabato il nostro gruppo ha raggiunto Treviso, per un pellegrinaggio alla Cattedrale di San Pietro Apostolo – il duomo della città. Le Voci, come del resto suggerisce il nome, non hanno la caratteristica di essere silenziose. Così la città, che immagino normalmente essere piuttosto pigra, è stata invasa da un corteo improvvisato di centoventi ragazzi e giovani uomini e donne, che dalla stazione hanno raggiunto la Cattedrale tra preghiere, inni, canti mariani e canzoni proprie delle Voci.
Giunti al Duomo ci siamo disposti sulle scalinate. Prima di entrare volevamo scattare qualche foto di gruppo e magari registrare un video mentre cantavamo.
Qui abbiamo avuto un incontro che porterò a lungo con me.
Mentre cantiamo, ci avvicina un uomo sull’ottantina. Un tipo un po’ bizzarro, con un colbacco, un sorriso aperto con pochissimi denti ed una voce tonante. Senza preavviso, urla verso di noi: «Volete che canti?!».
È il matto del villaggio, penso fra me e me. O un ubriacone, appena uscito dall’osteria. I più giovani del gruppo, però, reagiscono con divertimento, e lo incitano. Così quell’uomo si unisce alle nostre voci, ma intonando in realtà un canto tutto suo, di cui faticavo a distinguere le parole, che poteva essere forse degli alpini.
È difficile descrivere la situazione. Alcuni sono divertiti, altri cercano di convincerlo a cantare un canto cristiano come i nostri, in ogni caso il vecchio, forse poco abituato ad essere al centro della attenzione, sembra sorridere divertitissimo. I più grandi, fra cui io ed i consacrati che ci accompagnano, capiscono che la situazione non è però delle migliori. Matto o ubriaco, non è bene incitarlo, può diventare molesto.
Suor Faith, una delle nostre accompagnatrici, si scambia un cenno con uno dei padri. Lei esce dal gruppo e si avvicina all’uomo per cercare di calmarlo, mentre il don inizia a invitare i ragazzi un po’ alla volta a svincolarsi discretamente e ad entrare in chiesa. La sorella cerca di interloquire, ma l’uomo non sembra molto disposto a calmarsi, anzi parte con un altro canto, stavolta il Rigoletto, a piena voce.
La sorella – che evidentemente ha non poca esperienza con situazioni umane difficili – capisce che è bene evitare di prenderlo di petto, cerca di accompagnarlo, lo lascia sfogare, canta e sorride con lui, buttando qualche domanda qua e là: come ti chiami, dove abiti…
Una buona parte dei ragazzi, nel frattempo, si è dispersa ed è sparita nella Chiesa. Io mi soffermo un attimo, perché per quanto possa essere stata missionaria in luoghi ben più difficili del centro di Treviso, è pur sempre una donna, e il matto è pur sempre un matto. Confesso: ho sempre avuto paura dei matti. Una paura ingiusta, ma penso comprensibile: loro non sono prevedibili, ed io ho il vizio di pensare sempre il peggio.
Mi fermo poco distante, seduto sul basamento di una colonna, quanto basta per sentire la conversazione e – penso, evidentemente riponendo una immeritata stima in me stesso – per intervenire se necessario. L’uomo nel sta finendo il suo pezzetto del Rigoletto, la sorella ancora canta con lui, e nel frattempo è riuscita a fargli dire il nome: Giulio.
«Muta d’accento! e di pensier! e di…. pensier!» – finito. Si zittisce, e c’è un attimo di silenzio. Suor Faith prova a parlare, ma l’uomo tuona di nuovo: «Io ho la fede nel cuore, sorella!». “Siamo messi bene…”, penso fra me e me. Lei gli da qualche pacca sulla spalla, sta ad ascoltarlo, lo guarda fisso.
E, all’improvviso, gli occhi dell’uomo diventano lucidi. «Mia moglie è morta, suora. Io prego per lei tutti i giorni.» Qualche lacrima. Suor Faith lo abbraccia. «Preghi per mia moglie, suora! La prego!»
Non ricordo più cosa è successo fra i due da quel momento. So che all’improvviso, mi son sentito piccolo, minuscolo. Il matto di Treviso è di colpo diventato Giulio. Si è rivestito di una personalità, anzi di una persona – certo forse completata nei dettagli dalla mia fantasia. Giulio, un uomo che amava sua moglie. Come me, forse più di me. Un uomo che vive la solitudine e che forse non può trovare pace se non in un bicchiere.
Scritta così, questa esperienza non può dire nulla – me ne rendo conto. L’empatia tra uomini non può essere ridotta ad un testo, non può essere tradotta a parole. È un dolore che in quel momento si fa strada dentro di me, una tenerezza di chi ricorda una preghiera che non ha mai fatto.
Dio che tanto hai dato, ed tanto ora hai tolto.
Dio della mia gioia, benedetto nei giorni felici.
Dio che tace, Dio lontano!
Perché mi abbandoni nel soglio della mia vecchiaia?
Perché il mio bastone si sgretola, e le mie gambe si fanno fragili?
Tu hai sgretolato le fondamenta della mia casa,
col tuo alito ne hai abbattuto i muri,
ed ecco io sono nudo,
nulla mi protegge dal gelo.
Troppo lunghe hai reso le mie notti,
se sorge il sole, non me n’accorgo.
Se io ti invoco, tu ti ritrai
se io ti abbandono, subito mi tormenti.
Perché non lasci che io vada alla terra?
Perché deve sopravvivere questo corpo,
consunto e scavato, per così lunghi giorni?
Nel mio tramonto, tu mandi a me dei figli,
tu chiami ancora il mio nome,
ed ecco, tu eri qui, ed io non ti ho visto;
pietà di me, o Signore.
Non so quanto è durato. Ho sentito un nodo alla gola, ho iniziato a piangere, e quando le lacrime si sono fermate, ero in ginocchio sugli ultimi banchi della cripta del duomo, assieme a mia moglie.
Gli altri ragazzi erano poco più avanti, fra le prime fila. Erano entrati poco prima di me, e subito accolti dal Padre Alduino che ci stava aspettando, e già parlava loro dei grandi Santi sepolti fra quelle mura, parole importanti ma che in quel momento non riuscivo ad ascoltare.
Col senno di poi, capisco che forse ho lasciato troppo spazio ad un sentimento fuori controllo. Eppure mi chiedo quante volte ho guardato una persona, e ho visto invece un personaggio? E quanto poco basterebbe per sfiorare, seppure con l’immaginazione, la storia di un altro uomo?
Ho sempre avuto una certa consapevolezza di quanto fosse difficile «conoscere» autenticamente una persona, toccarne la storia, capirne le sofferenze vere, sfiorare il sacrario della sua coscienza. Oltre che difficile, è spesso sconveniente: più facile per i nostri fini è applicare una maschera sull’altro, una identità che non ci impegni molto, perché una maschera non ha il peso della storia di un individuo, e al bisogno è facile cambiarla.
Cosa succederebbe se invece lottassimo coscientemente contro questa tendenza? Se ci sforzassimo davvero di compatire l’altro, di riceverne la vita? Saremmo in grado di portarne il peso? Quando rifletto su questi temi, mi viene alla mente il mistero che più mi sembra parlare di compassione.
San Luca ci racconta che nell’orto degli olivi Gesù, conscio della Passione a cui andava incontro, pregò con tanta intensità che il suo sudore sudò sangue. È una condizione clinica reale, che si verifica molto raramente in condizioni di stress emotivo estremo.
La Chiesa ha letto in questo evento il trasparire della lotta tra la carne del Nostro Signore, terrorizzata dalla Croce, e la Sua Volontà, perfettamente unita a quella del Padre. Alcuni, più suggestivamente, hanno sostenuto che fu in questo momento che Gesù si fece carico dei peccati del mondo intero.
C’è però in questo passaggio qualcosa che supera il linguaggio, più che corretto, del peccato. Forse la natura divina di Gesù, che tutto sa e vede, ha permesso che egli toccasse non solo il peccato, ma percepisse la storia intera di ogni uomo e donna, in ogni tempo.
Nella piazza di Treviso, per mezzo di poche parole origliate e completate dalla mia immaginazione, il dolore di Giulio mi ha debolmente raggiunto. Eppure io non saprò mai veramente chi sia quell’uomo, solo mi sono accorto che fosse un uomo, e questo è bastato per portarmi ad una commozione scomposta.
Gesù invece, per mezzo dello Spirito, in quel momento ha percepito con chiarezza la sofferenza di ciascuno di noi, così personale e difficile da condividere, come se fosse la sua stessa. Forse è questo il primo momento di quell’opera compiuta sulla Croce, quel matrimonio tra Dio e l’uomo che unisce il primo al secondo tanto che Dio stesso, nel culmine del suo dolore, può morire.
Forse quel «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», con cui Gesù cita il Salmo 22, è detto in vece di ognuno di noi, è detto capendo ognuno di noi, è detto con noi. Se potessimo permettere che il dolore dell’altro ci tocchi veramente, potremmo amare come amò Gesù. E penso sia questo il senso della parola «misericordia».
C’è un ultimo passaggio. L’esperienza che ho raccontato, vista solo per sé stessa, non ha nulla a che vedere con Giulio. Per quanto qualcuno possa essersi commosso davanti a questo piccolo ritaglio della sua storia, questo non allevierà il suo dolore e le sue fatiche. La sua strada riprende come prima.
Spesso condividiamo dolori che non possiamo capire a pieno e tanto meno sanare, o perché non siamo nella posizione di farlo, o perché non ne abbiamo i mezzi, o perché cercare di farlo travolgerebbe anche noi, e questo mi ha sempre dato una certa angoscia.
Ci sono alcune sofferenze – di mia moglie, dei miei genitori, dei miei amici, dei miei colleghi, di tali che incontro per la strada e financo di persone distanti nel mondo – rispetto alle quali sono semplicemente impotente.
Se anche avessi la capacità di condividerle pienamente, chi ne avrebbe giovamento? Condividere un dolore lo diminuisce? Forse. O forse lo amplifica, nei sensi di colpa! Come uomini, possiamo spingerci solo fino ad un certo punto. Possiamo forse offrire un sostegno materiale, un conforto emotivo, ma non possiamo essere fonte di salvezza l’uno per l’altro.
Ciò che mi dà speranza è che Gesù sia diverso. Caricatosi del dolore del mondo fino ad esserne schiacciato, lui è risorto. Il sepolcro per Gesù è la conseguenza alla storia umana così come lo è per ciascuno di noi, ma per lui, in lui, c’è un dopo. Così credo che affidare a Lui il dolore che abbiamo attorno a noi sia l’unica scelta possibile.
Invitando me stesso a non dimenticare di pregare per Giulio, penso che forse, causando come Lui conosce questo incontro tra un anziano solo ed un gruppo di ragazzi troppo entusiasti, Dio abbia già dato la sua risposta.



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