Avvicinandomi al secondo anno di matrimonio e al decimo anno di vita speso con una compagna di viaggio meravigliosa, e per via di alcuni interessanti spunti ricevuti recentemente, ho deciso di riflettere un po’ su un tema tanto delicato quanto grandioso e spesso mal comunicato.
Nella società occidentale, attraverso un processo iniziato all’incirca sessant’anni fa, si è consolidata l’idea che il sesso sia qualcosa di fondamentalmente privo di contenuto morale. Al di là di un vago desiderio di fedeltà ed esclusività nelle relazioni – che fa parte della nostra natura profonda – e di una nebulosa logica del consenso, tutto è considerato lecito.
L’incontro sessuale è considerato da molti semplicemente il modo naturale di dimostrare l’affetto tra partner. Talvolta, è ridotto addirittura a semplice atto ricreativo. Persino in ambiente cattolico sono ormai pochi i laici – specie fra i giovani – che condividono l’idea che il sesso sia qualcosa di strettamente legato al matrimonio. Chi propone l’idea della astinenza prematrimoniale è spesso visto come completamente distaccato dalla realtà, bigotto, fuori dai tempi.
I tempi effettivamente sono cambiati, la cultura cristiana è tramontata, la morale antica si è disciolta. Non solo il mondo secolarizzato ha abbandonato l’etica cristiana, ma le stesse comunità cristiane sono intaccate dalla nuova morale del mondo. Questa è semplicemente la realtà, frutto di processi storici fuori dal nostro controllo. Tuttavia, credo sia necessario riconoscere a noi stessi certe responsabilità nel comunicare la proposta cristiana in maniera povera, esclusivamente moralista, o comunque inadeguata.
Troppo spesso si fa l’errore di limitarsi a presentare l’incontro sessuale fuori dal vincolo matrimoniale come un tabù, o peggio ancora di raccontare il sesso come un male in sé, tollerabile solo entro i confini del matrimonio e solo per le necessità di sopravvivenza della specie.
Invece, c’è molto di più di questo. Ma per raccontarlo adeguatamente dobbiamo partire dalle basi.
Il Bene ed il male
Il primo tassello da scardinare è l’idea che il cristianesimo consideri il sesso qualcosa di intrinsecamente maligno e pericoloso, tollerato solo perché necessario alla riproduzione, ma che dobbiamo rinchiudere e frustrare in confini arbitrari per proteggerci da esso.
In verità, questo modo di intendere il bene ed il male non può essere adottato da un cristiano rispetto a nessuna delle realtà create. Nulla di ciò che esiste è male, perché un Dio infinito e buono non può creare qualcosa di male.
Per capire bene la questione, perché è di assoluta importanza, ci caliamo per un momento nei tempi antichi, quando il cristianesimo dovette competere con l’eresia manichea. I manichei credevano che il mondo fosse conteso fra due principi creativi opposti, il male ed il bene, perennemente in contrasto. Il male era identificato con la materia, con la carnalità, con le passioni; il bene era invece lo spirito.
Dobbiamo ammettere che questa è ritenuta da molti la posizione cristiana – e questo dice molto sull’influenza che questo pensiero ha avuto e continua ad avere sul nostro modo di capire e comunicare il bene. Tuttavia, per il cristianesimo il bene ed il male non sono affatto principi contrapposti: il principio è uno solo, ed è il bene, il Sommo Bene, Dio.
Dio, l’«Io-Sono», l’essere in sé, la fonte di tutto ciò che esiste, è il Bene stesso. Essere ed essere-buono sono il medesimo atto: il fatto solo che qualcosa esiste, rende quel qualcosa buono. Ma allora, cosa intendiamo con «male», e perché condanniamo alcuni comportamenti? Il male, nella metafisica cristiana, altro non è che una privazione, una negazione del bene. Facciamo due esempi per capire meglio.
Pensiamo anzitutto al vuoto. Non si può parlare del vuoto come di un qualcosa di esistente per sé stesso. Se riempissimo un bicchiere di acqua, questa ne farebbe uscire l’aria contenuta: le due sostanze competono per il medesimo spazio. Tuttavia non possiamo allo stesso modo immaginare di «riempire di vuoto» un contenitore, e spingere così fuori ciò che contiene; al più, possiamo estrarne il contenuto. Il vuoto è semplicemente un nome con cui definiamo l’assenza di materia, non qualcosa che di per sé esiste.
Un’altra immagine efficace è il buio: esso altro non è che assenza di luce. Portare una candela accesa in una stanza buia la rende immediatamente luminosa: tuttavia, portarvi migliaia di candele spente non la renderebbe più buia. Non c’è modo di «aggiungere buio» ad una stanza; solo possiamo rimuovere le fonti di luce.
Il male, alla stessa maniera, è il nome che diamo alla mancanza di un bene. Questa mancanza può essere frutto di una negazione diretta, come per esempio la morte è negazione della vita, la malattia dell’integrità del corpo, la calunnia della dignità della persona. Alternativamente, il male può essere dato da una sovversione nell’ordine dei beni che, perseguendo un bene minore, finisce per negarne uno superiore.
I beni, infatti, non sono tutti equivalenti, ma hanno un ordine, per cui ogni bene minore ha una relazione con un bene superiore: lo indica, lo costituisce, gli è finalizzato, lo simboleggia, o tutte queste cose assieme. Ancora una volta, ci aiuta un esempio pratico.
Pensiamo al bene del cibo. Il buon mangiare è, chiaramente, qualcosa di buono. Tuttavia, la bontà del cibo è disposta dal Creatore perché essa ci conduca a beni maggiori: la salute del corpo, la carità verso i bisognosi, la comunione col prossimo, la gratitudine e la gioia.
Eppure il buon cibo può essere posto sopra questi beni, sino a negarli. Pensiamo all’atto di danneggiare il proprio corpo mangiando spropositatamente cibi gustosi ma insalubri, oppure al voler per sé stessi più cibo di quanto necessario, negandolo agli altri.
Questi atti, come detto, disordinano i beni, e finiscono per negare un bene superiore pur di godere di un bene inferiore. Questo, come detto, è ciò che chiamiamo «male». Esistono ovviamente gradi di malignità differenti: il male tanto è grave quanto è grande il bene negato, o quanto maggiore è il disordine nei beni.
Ad esempio, anche mangiare distrattamente e per mera sussistenza, negandosi l’esperienza della gratitudine e della gioia, può essere in alcune situazioni un male; sia pure non alla stessa maniera che negare la carità.
La sessualità nella scrittura
Capito questo, non possiamo dubitare del fatto che anche il nostro corpo sia un bene, e così anche l’incontro sessuale da cui il nostro corpo nasce e verso cui naturalmente è proteso, come pure il piacere che accompagna il sesso.
Ma se desideriamo per noi il Bene maggiore, dobbiamo fare lo sforzo di capire a cosa questo bene sia ordinato, così da non rinunciare, perseguendo i beni del piacere e dell’affetto, a qualcosa di molto maggiore. Su questo tema si è scritto davvero ben oltre lo spazio che consente un piccolo articolo di testimonianza – troverete degli spunti di approfondimento in calce – ma voglio consegnarvi qualche minimo riferimento scritturistico ed una immagine che sento davvero potente.
Partendo dalla Scrittura, il Nuovo Testamento ci consegna una grande testimonianza apostolica che accosta l’amore divino all’amore coniugale, intravedendo nel secondo una immagine del primo. Infatti, nella sua Lettera agli Efesini, San Paolo scrive:
Efesini 5:21, 25b-33,
21 Nel timore di Cristo, [mogli e mariti,] siate sottomessi gli uni agli altri: […] 25b come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, 26 per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, 27 e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. 28 Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. 29 Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, 30 poiché siamo membra del suo corpo. 31 Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. 32 Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! 33 Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito.
Di alcuni aspetti delicati di questo passaggio ho trattato, nella sua versione integrale, nel mio articolo Processando i Morti, nel capitolo conclusivo “L’Amore evangelico”. Voglio qui concentrarmi più precisamente su ciò che questo testo descrive della relazione tra gli sposi, e soprattutto della relazione analogica tra il matrimonio e l’amore di Dio.
L’amore fra gli sposi è descritto come un amore agapico, cioè un amore di pura donazione, dove ciascuno sposo, secondo le caratteristiche e le propensioni del proprio genere e della propria individualità, si rende dono completo per l’altro. Il marito, è chiamato al sacrificio e alla protezione; la moglie alla fiducia obbediente e al sostegno: membra e cuore di un unico corpo.
Questo mistero è grande – dice l’apostolo. Esso riguarda non solo la realtà del matrimonio in sé, ma per analogia qualcosa di più grande: l’amore tra Dio e il suo popolo, la Chiesa, che dopo l’esperienza di Cristo è carne di Dio in terra: nessuno odia la propria carne, anzi la nutre e la cura.
Questa cura è come la cura che un marito deve avere per la moglie; così come la fiducia ed il servizio della Chiesa verso Cristo somigliano all’atteggiamento della moglie per il marito. Questi gesti non possono rinchiudersi nel privato: sono pubblici, evidenti. La Chiesa col suo amore proclama Cristo; l’amore dei coniugi, con la sua presenza nella società, annuncia l’amore di Dio.
Efesini 5 è il passaggio più celebre in cui l’apostolo paragona l’amore di Dio all’amore degli sposi; ma non è l’unico. Molti sono i passaggi che, secondo diverse sfumature, accostano – esplicitamente o implicitamente – l’amore divino all’amore coniugale: l’intero libro di Osea, Rut, il Cantico dei Cantici.
Voglio consegnarvi anche un altro piccolo elemento semantico, da solo forse poco significativo, ma che acquista un valore importante posto questo contesto. Andiamo al nuovo testamento, e alla predicazione con cui Gesù descrive il rapporto tra sé e il Padre.
Giovanni 10:14-15
14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,
15 così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.
Matteo 11:27
27 Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Nelle parole di Gesù, il suo rapporto con il Padre appare in maniera molto semplice: si conoscono. Giovanni usa γινώσκω (ginóskó), mentre nel testo di Matteo appare col rafforzativo ἐπι-γινώσκω. Nella LXX, la traduzione greca dell’Antico Testamento, questo verbo traduce l’ebraico יָדַע (yada).
Si tratta di un verbo dall’uso certamente molto ampio nell’ebraico, e per estensione nel greco biblico. Tuttavia, nei momenti ove è utilizzato con una simile carica teologica, esso tende a descrivere qualcosa che va ben oltre la conoscenza discorsiva. Indica un conoscere esperienziale, profondo, quasi unitivo: non è la conoscenza del sapere qualche aneddoto su qualcuno o la conoscenza dello scienziato, ma la conoscenza reciproca di una vita spesa assieme.
In effetti, il campo semantico del conoscere che Gesù usa per descrivere il suo rapporto col Padre, è utilizzato nella Genesi per descrivere delicatamente qualcosa di quasi altrettanto speciale: indica l’atto coniugale, l’incontro sessuale degli sposi. Ecco solo un esempio, il più importante:
Genesi 4:1
1 Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino e disse: “Ho acquistato un uomo grazie al Signore”.
Certo, è solo una affinità semantica. Tuttavia, alla luce anche del pensiero Paolino, è lecito pensare che la Scrittura, con essa, ci stia dicendo qualcosa.
Ciò che la Bibbia ci dice è che l’incontro sessuale è ordinato a qualcosa di ben maggiore del mero piacere, e che va ben oltre alla semplice dimostrazione d’affetto. Esso è conoscenza reciproca che si rende attuale e concreta nella carne, ma che non può esaurirsi nella carne. L’eco tra le parole di Gesù e la Genesi ci indica qualcosa di enorme: che l’amore coniugale è in qualche modo immagine dell’Amore intra-trinitario.
Il codice nella sessualità
Per sottolineare ulteriormente il punto, vi propongo una altra immagine. Una volta un sacerdote mi ha detto che attraverso ogni cosa creata, il Padre vuole farci capire qualcosa del Figlio. Re Davide paragona Dio ad una roccia: ma può fare questo solo perché ha esperienza della roccia; sa quanto è solida, duratura, resistente. Seguendo una simile linea di pensiero, che cosa vuole dirci il Creatore, attraverso la creazione del rapporto sessuale?
Vi è un libro poetico nella Bibbia, il Cantico dei Cantici, che descrive vividamente l’amore di un uomo ed una donna; a tratti con immagini molto suggestive. I Padri lo hanno spesso interpretato come una analogia del rapporto tra l’anima e Dio: e questo non è frutto di pudicizia, ma della consapevolezza che l’amore può essere una vera analogia dell’esperienza spirituale.
In questo senso vi propongo un esempio di questa analogia, partendo da una piccola provocazione.
C’è un detto, per il vero un po’ crasso, che dice «una donna deve essere amata un intero giorno per amare una notte». La frase allude al fatto che, in particolar modo per il genere femminile, l’incontro sessuale non può essere una esperienza fine a sé stessa, ma coinvolge una storia molto più ampia, che parte dai gesti di tutti i giorni.
C’è un fondo di verità: tanto più ci si allontana dalla adolescenza – durante la quale la nostra biologia da un contributo evidentemente diverso – tanto più questo è vero, e per entrambi i sessi. La sessualità di una coppia, se si riduce alla camera da letto, semplicemente muore. L’intesa parte dalla vita concreta, dalle carezze o dall’abbraccio spontaneo nel quotidiano, dal gesto di servizio, dal complimento, dal regalo inaspettato. Il desiderio verso l’altro parte dal preparare il pranzo o la cena, dal sollevarsi vicendevolmente dai piccoli pesi della vita.
Che ci crediate o no, qualcosa di simile accade nella vita spirituale. Il nostro «desiderio di Dio» è vivificato dalla preghiera quotidiana, e senza di essa muore. La nostra tensione all’Eucaristia nasce tutti i giorni e a tutte le ore: nella preghiera al risveglio o prima di coricarsi, nel breve ringraziamento prima dei pasti, quando recitiamo una giaculatoria, nel partecipare ad una catechesi o fare una meditazione, o quando ci rivolgiamo agli altri con carità anziché interesse perché sappiamo che – in fondo – questo è ciò che è gradito a Dio.
Questi sono quelli che definirei atti remoti, tanto nella vita spirituale che nella vita coniugale. Sono i gesti che dispongono la vita, ancor prima di preparare il momento in cui il vero incontro si concretizza. È però da questi gesti che nasce la tensione all’incontro: senza di questi, l’incontro diventa una routine, quasi un dovere. Così è frutto di questi attimi il momento in cui chiudiamo dietro di noi la porta della camera.
Quando questo accade, raramente ci abbandoniamo immediatamente all’amore carnale. Una coppia ha bisogno di incontrarsi, di chiudere il mondo fuori dalla propria camera, non solo fisicamente ma nella mente e nel cuore. Quindi abbiamo bisogno di parlare. Di chiederci come stiamo, come è andata la giornata, cosa ci si aspetta da quel momento insieme. Nel frattempo ci si scambia qualche bacio, i vestiti cadono, qualcuno fa una preghiera – è una buona idea, e non ammazza il desiderio, anzi. Una, due carezze preparano il corpo, moglie e marito si esplorano, si ricordano come sono, come è l’altro.
Quando entriamo nella chiesa del Signore, noi non accorriamo subito all’altare. Ci entriamo con discrezione, un po’ di pudore, un inchino. La messa inizierà tra qualche minuto; e nel frattempo ci liberiamo dai pensieri del mondo, ci concentriamo, perché il tempo che sta iniziando è santo, ed appartiene al Signore. Per questo, quando tutto ha inizio, abbiamo bisogno di esaminare noi stessi. Chiediamo il perdono delle nostre mancanze; preghiamo il Signore affinché ci renda puri e degni di presentarci a Lui. Poi ascoltiamo la sua Parola, a cui uniamo le nostre voci – rispondendo al Salmo. C’è la preghiera di petizione, dove portiamo a Dio i nostri bisogni. Poi c’è l’offertorio, la benedizione delle specie, il Padre Nostro, in un ritmo che cresce, il presbitero alza la santa ostia al cielo, e poi…
Questi sono gli atti prossimi. Sono quegli atti che preparano inevitabilmente alla consumazione. Ciò che accade dopo lo sapete. Nella messa, l’Eterno irrompe nel tempo, l’Infinito si fa presente nel mondo. È la vetta di tutta l’esperienza spirituale, ciò a cui tutta la nostra vita di fede converge, ed è sacramento – cioè segno efficace che rende vero e presente ciò che simboleggia – della comunione di Gesù con il suo popolo.
L’Eucaristia è l’unione, attraverso il segno del Pane consumato, del corpo dei fedeli con il corpo del Signore. Qui si compie la promessa di unità tra Cristo e il popolo di Dio, qui conosciamo veramente Dio. «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me», abbiamo detto in precedenza.
E nella vita coniugale?
Conclusione
La prossima volta che vi accostate alla persona che amate, mi auguro vi tremino un po’ le gambe.
Ogni immagine creata indica una realtà che le è maggiore e superiore, ma proprio questo rapporto simbolico può dirci qualcosa sulla realtà creata in sé. Cosa ci dice questo apparente «codice»?
Penso che quando si assorbe questa immagine, non si può non percepire la grandezza del bene a cui la sessualità è ordinata, cioè la comunione profonda tra un uomo e una donna perché essi siano immagine dell’amore trinitario. L’unione sessuale in sé, in quest’ottica, diventa quasi un segno sacramentale della promessa di Dio: i due saranno un solo corpo.
Ogni altra affermazione della morale coniugale cristiana segue quasi come una appendice deduttiva.
Se l’unione carnale contiene in sé l’immagine dell’unione tra l’anima e Dio, ne consegue il medesimo carattere di esclusività. Non si può essere uniti a più persone, non nella maniera profonda e totalizzante che Dio desidera per l’amore coniugale. C’è un solo marito ed una sola moglie, e la fecondità che da essi procede. Così come, allo stesso modo, vi è un solo Padre, un solo Figlio, ed un solo Spirito che procede per innervare di vita il mondo.
Su questo punto vale la pena di fare un inciso, perché la fecondità della coppia cristiana non si limita ai figli: la missione di un uomo ed una donna che si amano in Cristo non è primariamente portare al mondo una vita, ma portare la Vita al mondo. Questo spesso passa per il dono di amore che crescere dei bambini richiede; ma non si riduce a questo. L’apostolato, la testimonianza, il servizio sono tutte forme di fecondità. E non c’è squadra più forte di un uomo ed una donna che si amano.
Se l’unione tra marito e moglie è immagine dell’amore trinitario, allora l’incontro sessuale deve essere sommamente puro, e sommamente dono. Non può esserci in esso alcuno spirito di dominazione o di umiliazione; non c’è spazio per nulla che umili la dignità di quell’atto, né per alcuna intromissione volta a denaturarne l’efficacia.
Per quanto riguarda la castità prematrimoniale, alcuni – anche cristiani – la vivono dolorosamente. La società moderna è effettivamente strutturalmente contraria al matrimonio cristiano. Miriadi di aspettative indebite si sono riversate sul matrimonio in sé, e un simile peso di precondizioni – lavoro, casa, stabilità, esperienza – sono imposte dalla cultura prima di sposarsi. Il matrimonio viene così posticipato e posticipato, e molti finiscono per chiedersi che male c’è, se in fondo si è determinati, un giorno, a sposare quella persona?
Tuttavia l’amore di Dio non è un fatto privato. «Voi siete luce del mondo», dice Gesù: e se il matrimonio è immagine dell’amore divino, ne eredita le caratteristiche. Una promessa implicita o privata semplicemente non è una promessa. È proprio per l’importanza di quest’atto che Dio esige che né Egli stesso né il suo Popolo ne siano tenuti estranei: il matrimonio è un sacramento pubblico, che prevede dei testimoni e che Dio consacra con il suo Spirito.
Solo così assolve in pienezza la sua funzione; solo così ci dona il massimo del bene che il Creatore ha previsto per noi.
Inoltre dovremmo aver capito che la sessualità è un dono, e come tale, non è garantito. Non sappiamo se un domani una malattia o le difficoltà della vita ruberanno al marito la potenza, o alla moglie la libido, o se perderemo la capacità motoria. Se anteponiamo il sesso al bene a cui è ordinato, cioè l’unità della coppia, quest’ultima morirà non appena dovesse esserci tolto il dono della sessualità.
Ogni altra conclusione, a questo punto penso di poterla lasciare al lettore. Personalmente, vi auguro solo di non accontentarvi della pochezza che vi propone il mondo.
Dio ha creato per noi molto di più.
Qualche piccola postilla
C’è solo una ultima immagine che vorrei condividere, ed è dedicata a coloro che rinunciano al matrimonio per perseguire uno stato di vita differente.
Se la sessualità è un bene così grande, perché alcuni sono chiamati a rinunciarvi completamente?
Per ragionare su questo, vorrei usare una categoria particolare, calzante per questo tempo, che è la Quaresima. Nella quaresima, noi cristiani siamo soliti fare qualche rinuncia. Ci asteniamo da qualcosa di buono, un cibo o un passatempo lecito che ci piace molto, per esempio.
Facciamo questo per mostrare devozione, per chiedere una grazia, per penitenza. Un sacerdote, però, mi ha dato una ragione anche più importante. Facciamo queste rinunce per ricordare, nel senso di ri-cor-dare, rimettere nel cuore, cioè nella carne, qualcosa di importante: che per quanto grande e buono sia il bene a cui abbiamo rinunciato, Dio lo è infinitamente di più. L’incontro con Dio lo sarà, infinitamente di più.
Così la castità dei nostri sacerdoti e dei nostri consacrati è meravigliosa e santa proprio perché la sessualità è un bene così grande. Il loro stato di vita è una quaresima definitiva, un segno escatologico che ricorda a tutti noi come ci attenda qualcosa di molto più grande di tutto ciò che sperimentiamo in vita.
Non solo: ma è un gesto che rende attuale e presente proprio quella promessa escatologica. Rinuncio al grande bene creato, perché voglio rendere presente qui ed ora quel Bene increato che ci attende nell’eternità.
Infine, un piccolo pensiero aggiuntivo va agli amici che soffrono per la difficoltà di attuare nel concreto la castità prematrimoniale.
Non è facile: il mondo ci ha educati, piaccia o non piaccia, alle sue forme e aspettative. Quando un ragazzo vuole vivere la castità, la fidanzata può sentirsi – almeno al primo impatto – poco attraente, insufficiente, non amata. Quando è la ragazza a prendere la decisione, è spesso il fidanzato a provare simili emozioni: aspettative tradite, senso di inadeguatezza, sospetti e gelosie.
Eppure nel fondo di quelle frustrazioni, affrontate col dialogo e con la fiducia, sta un premio che supera le aspettative. Dio non ci propone mai di rinunciare ad un bene superiore per uno minore, né ci chiama alla perfezione immediata. Proponetevi almeno un periodo di distacco e concentrazione su altri aspetti della vostra sessualità di coppia: la cura, l’attenzione, l’ascolto, lo sguardo.
I frutti che Lui darà sicuramente saranno tali da non poter sbagliare a valutare la bontà dell’albero.
Per approfondire
Questo articolo è frutto in larga parte di una mia riflessione personale. Vi lascio invece alcune fonti con cui approfondire i temi sfiorati, tra cui il pensiero autorevole di San Giovanni Paolo II.
- Familiaris Consortio, San Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica circa i Compiti della Famiglia Cristiana nel Mondo di Oggi
- Uomo e donna lo creò, San Giovanni Paolo II, Ciclo di catechesi sull’amore umano
- Teologia del Corpo, apostolato sulla morale coniugale cattolica
Ispirazione per l’analogia liturgica:
- Getting Frisky: Incomplete Sexual Acts § A Liturgical Analogy – Apostolate for Marital Intimacy



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